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martedì 18 settembre 2012

Cogestione si, ma sia per tutti!






Sono anni che ormai si parla di Cogestione, senza però venirne a capo. Premesso che questo modo di gestire le aziende  è senz’ altro un modello auspicabile, riportando di fatto il concetto di “Lavoro” vicino a quello di “Capitale”, dando cioè al Lavoro il giusto peso nei processi aziendali.  Ma come andrebbe fatta questa Cogestione?  Di certo per i dipendenti dovrà continuare ad esistere il concetto di “Fisso” essendo il lavoro di per se un valore per le aziende, ed una parte variabile dipendente dall’ andamento dell’ Azienda.
Il Controllo deve essere trimestrale, così come è abitudine per le aziende.  La “Condicio sine qua non” è senza dubbio la trasparenza dei rapporti che dovrà essere regolata con leggi ben precise.  Questa tipologia di modello fa crescere la competitività su scala globale, creerebbe un surplus di denaro da mettere in circolo sul territorio in cui opera l’ azienda ( grazie alla divisione degli utili), e aumenterebbe la produttività, essendo il lavoratore “azionista” dell’ azienda il cui lavora: si darebbe, cioè, la responsabilità di quello che avviene anche al dipendente.  Il tutto però deve essere bilanciato da un processo di ridiscussione del concetto di “stipendio” per i Manager, che , avendo responsabilità maggiori, e anche uno stipendio maggiore, dovranno avere una parte variabile dello stipendio ( gli attuali dividendi) in linea con la fatturazione: se il trimestre si chiudesse in negativo, sarà il Manager in primis a vedersi decurtare lo stipendio in ragione del fatto che gli obiettivi preposti non sono stati raggiunti.
Questo chiaramente dovrà valere non solo nelle aziende, ma soprattutto nello Statale, dove Manager, Parlamentari, Assessori ecc. ecc. Dovranno “compartecipare” agli utili dello Stato o della società Statale, ma compartecipare anche alle Perdite.  Su questo punto abbiamo già avuto modo di parlare, ma vale la pena ricordare cosa proponiamo:
Il pagamento dei Parlamentari, o Manager Statali dovrà essere composto da 3 parti.
Una parte fissa e pagata normalmente ( immaginiamo tra i 2000-3000 euro netti al mese)
Una parte fissa pagata con i Titoli di Stato( Da quelli a 6 mesi a quelli a 3 anni).
Una parte variabile dipendente dall’ andamento dei Titoli di Stato: Se questi avranno un tasso d’ interesse alto, la parte variabile sarà esponenzialmente sottrattiva rispetto all’ interesse al di sopra di una certa soglia.
In questo modo si rendono i Parlamentari, Manager, “Azionisti” di quello che contribuiscono a far diventare la nostra cara Italia.
Quindi che sia Cogestione, ma lo sia anche per lo Statale.


Fabio Febbraio

martedì 17 luglio 2012

Non basta un "Lifting", ci vuole una rinascita!


Fabio Febbraio 




Devo dire che l’ annuncio di Berlusconi  sullo scioglimento del PDL, e la sua candidatura mi ha lasciato un po’ perplesso.  Credo che da Destra, si debba ammettere una volta per tutte che il PDL e i suoi antenati, hanno fallito, e con essi tutta la classe dirigente di questi partiti, fallimento culminato nel novembre del 2011, con le dimissioni da presidente del consiglio.
Al di là della figura di Monti, di cui discuteremo in un articolo successivo, credo che si debba ammettere che la caduta del governo Berlusconi non è avvenuta per colpa di Napolitano, o di fantomatici gruppi finanziari, ma è avvenuta principalmente per l’ incapacità di gestire una situazione di crisi, con un governo fortemente spaccato, e sotto il ricatto di una lega moribonda, anch’ essa fallimentare.
Qualcuno parla di “ventennio Berlusconiano” , quasi a voler evocare il “Ventennio Fascista”, ricorrendo, però, in un grave errore di calcolo, oltre che di contenuti politici. Berlusconi, negli ultimi 20 anni è stato al governo da Maggio al Dicembre 1994, Giungo 2001-aprile 2006, maggio 2008-novembre 2011, e quindi molto meno di 20 anni.
Ma torniamo ai fallimenti di questa classe dirigente.  La destra, nel 1992 risultava l’ unica forza politica uscita pulita da Mani Pulite, con un partito che si apprestava a diventare uno dei maggiori partiti di allora ( MSI e poi AN), lasciando però dello spazio al “centro”, dove magistralmente Berlusconi s’ infilò,  fondando uno dei partiti più votati di sempre ( FI e poi PDL).  Nel 1992 avevamo una grande opportunità. Io ero ragazzino e percepivo la Destra come quella forza politica capace di guidare il rinnovamento culturale del nostro paese, come quella forza che richiedeva pulizia dalla vecchia classe dirigente corrotta e fallimentare: era una grande opportunità, finalmente, per levare “la voce della fogna” ed uscire allo scoperto, portando in dono tutta la cultura che per anni era stata sottomessa e sottaciuta. Insomma il fallimento della Destra è stato soprattutto culturale nell’ ambito di questi ultimi 20 anni. Avevamo l’ occasione di dimostrare di  avere una certa idea dello Stato, dare priorità al sociale,  costruire un laboratorio di idee, di sintesi politica, che fosse in grado di trovare una sintesi tra Prezzolini, Gentile, Pound, Evola, Junger, De Benoist ma ripartire anche dal Del Noce, Longanesi, Turchi, Prezzolini,Accame, Isidori,   e valorizzare quanto in quel periodo avevamo, come giovani intellettuali, che ora più che mai sarebbero utilissimi alla causa,  e rispondere al bisogno da parte della gente di partecipare alla vita politica.
Avevamo l’ opportunità di dare una sferzata a quest’ Italia, e invece ci siamo ritrovati 20 anni dopo ad essere contro la magistratura, a difendere le porcate fatte dal Governo per tutelare poche persone, a votare la depenalizzazione del falso in bilancio, a votare condoni, a far uscire Domenico Fisichella, contrario da sempre al Federalismo, a votare una legge partitocratica, e a perdere qualsiasi collegamento con il mondo culturale di destra. Come se non bastasse, si è creato un “Poltronificio” come dice  De Turris, per familiari, conoscenti, amici e prostitute: siamo cioè diventati quello che combattevamo 20 anni prima. Come se non bastasse, si è messo a tacere anche il mondo giovanile, grande orgoglio della destra, con metodi più o meno ortodossi, creando di fatto una nuova classe dirigente quasi completamente ad immagine e somiglianza di quell’ attuale ( con qualche eccezione che ho avuto la fortuna di conoscere): generando così dei “giovani vecchi”.
In sostanza la Destra, in 20 anni è stata incapace di creare qualche cosa di alternativo a quello che c’ era 20 anni prima, con scandali giudiziari uno dietro l’ altro, con partiti sempre meno incentrati sul territorio, e con ricette iperliberiste da un lato, e ultaclientelari dall’ altro, annaspando in una gestione del potere burocratico.  Insomma un vero disastro, nato soprattutto dal fallimento culturale della Destra Politica, che ha sempre di più allontanato gli intellettuali, e la base, ossia le due fonti d’ ispirazioni di un partito politico che si rispetti.  Ecco perché oggi, dopo 20 anni di questo schifo, siamo chiamati tutti a combattere questo modo d’ intendere la politica, avere il coraggio di dire che siamo di Destra e non siamo con Berlusconi, Alfano, Larussa ecc.ecc.  e porre le basi per una nuova Destra, che in Italia è sociale, o non è!

domenica 8 luglio 2012

Ricominciamo dal Mediterraneo!

Fabio Febbraio 




Lo “Spread” è diventato ormai un termine  di uso comune, a cui viene associata la differenza con i titoli di stato Tedeschi, e quindi il tasso con il quale l’ Italia si rifinanzia ad ogni scadenza degli stessi. Premesso che l’ Italia dovrebbe diminuire l’ esposizione verso i mercati ( nei quali si annidano pochi gruppi in possesso di molta moneta circolante, che hanno interesse a massimizzare il guadagno), come già espresso in altri interventi, andiamo ad analizzare un aspetto del finanziamento dello stato Italiano. In una fase così delicata della nostra Nazione, lo sviluppo dovrebbe essere ( come pare che sia) la priorità imprescindibile di ogni governo, in quanto il debito è rapportato al PIL, che risente direttamente dello sviluppo di un paese. Ad oggi, una delle più grandi opportunità mancate nella storia della nostra Nazione, è rappresentata  dallo sviluppo del sud Italia, che mai come oggi rappresenta un’ enorme risorsa a disposizione di chi ha a cuore le sorti del Belpaese, e vi spiego perché : ci troviamo di fronte ad un Nord Italia produttivo ma “saturo” dal punto di vista del costo del lavoro ( Basta pensare che il reddito pro-capite  della Lombardia si aggirava nel 2008 intorno ai 21.000 Euro, mentre in Campania si aggirava sui 12.000 Euro). Fermo restando che il dato della Lombardia è dovuto principalmente al fatto che è una regione produttiva, e quanto verrà di seguito non deve intaccare la redditività del Nord Italia,  credo che la differenze nel reddito possa essere letto come un’ opportunità per l’ Italia.  Ma come fare? La maggior parte delle regioni del sud Italia rientrano nelle regioni obiettivo della comunità Europea, ossia la comunità Europea finanzia lo sviluppo nelle regioni meridionali. Come si può ben comprendere per l’ Europa già riconosce due zone, in Italia, con differenti condizioni, allora che senso ha parlare di Spread Italo-Tedesco?  In sostanza l’ idea sarebbe quella di tener conto dei fondi Europei ( spesi secondo alcuni criteri che verranno illustrati di seguito), per abbassare lo Spread reale quando lo stato investe nel Sud Italia, perché il finanziamento dello sviluppo del Sud Italia è solo in parte esposto verso il mercato, essendo un’ altra parte proveniente direttamente dalla comunità Europea. Questo significa che risulta essere minore l’ esposizione verso i mercati,e quindi il governo dovrebbe avere diritto a finanziare queste regioni ad un tasso più basso. Il meccanismo alla base di tutto, è quello di considerare alcuni fattori che vanno a concorrere alla definizione finale dello spread: laddove si sostengono imprese con progetti che prevedano l’ assunzione ( quindi non intesa come contratti atipici) di un certo numero di persone, reinvestimento degli utili per l’ ammodernamento o miglioramento delle competenze dei lavoratori,investimenti  in ricerca finalizzata alla produzione di Brevetti Italiani, con l’ apporto di finanziamenti Europei, lo Stato Italiano, si finanzierebbe ad un tasso inversamente proporzionale all’ apporto dei finanziamenti Europei. Ad esempio si potrebbero detassare gli utili , e detassare anche l’ insediamento delle aziende.  Siamo però  di fronte ad una crisi produttiva nei paesi occidentali, quindi tutto questo potrebbe non essere sufficiente, e pensando a dei coefficienti perequativi, che tratteremo in un altro articolo,  si potrebbe iniziare da un settore nevralgico per ogni Nazione, e legato alle attività di Import-Export: il Trasporto.  La visione Italiana, dovrebbe avere due prospettive: quella del Nord Italia, che guarda verso il Nord Europa , e del Sud Italia che guarda verso il Mediterraneo: deve ritornare, cioè, una visione Geopolitica Euro-Mediterranea. Ad oggi la maggior parte delle merci dirette in Europa, provenienti dagli altri Stati, transitano per il Mar Mediterraneo.  Si potrebbe, pertanto, finanziare l’ autostrada del Mare ( tra l’ altro un incentivo è già presente), ed incentivare  il  trasporto su ferro, sfruttando infrastrutture già esistenti, e creandone delle nuove,  riportando al centro del Mediterraneo, il Sud Italia. In Campania, ad esempio, esistono due grossi Interporti, quello di Nola, e quello di Maddaloni Marcianise, ed un porto commerciale tra i più importanti d’ Europa, quello di Napoli: esistono, di fatto, le infrastrutture per un progetto del genere. Per rendere il tutto più organico, però, andrebbero migliorate anche le restanti infrastrutture del Sud Italia: ad esempio un asse di collegamento tra la storica porta d’ oriente del Sud, e il mar Tirreno, e tante altre ancora. 

giovedì 5 luglio 2012

Come recuperare soldi!



Fabio Febbraio

L’ argomento è quello di grande attualità, dopo l’ inserimento nel linguaggio comune dell’ ennesima cacofonia inglese: “Spending Review”. Di certo i tagli da fare sarebbero tanti, ma lo scopo di quest’ articolo è quello di proporne alcuni. La premessa fondamentale è che per attuare un programma del genere sarebbe necessario di una classe politica meno corrotta e più coraggiosa.
Iniziamo con un argomento a me molto caro, e affrontato già due anni fa: parliamo delle licenze software.
Gli attuali sistemi operativi, pacchetti per ufficio ( programmi di scrittura, fogli di calcolo, presentazioni) utlizzati negli uffici pubblici sono licenziati, ossia è necessario pagare una licenza per poter utilizzare un determinato programma. Esistono però dei software, completamente equivalenti, per i quali non è necessario pagare alcuna licenza, pur offrendo gli stessi servizi. Allora perché non migrare completamente verso queste tecnologie, man mano che scadono le licenze? Laddove è iniziata una sperimentazione e di test, sono stati raggiunti obiettivi economici non secondari: durante il primo anno di utilizzo di software libero, è stato possibile coprire le spese di acquisto di un server, inoltre l’ indipendenza dalla piattaforma fisica di questi prodotti, ha consentito anche risparmi sull’ acquisto di “hardware”.
Ma veniamo a quello che è percepito come lo spreco peggiore: il mantenimento di una casta auto-referenziata,incapace di fornire risultati concreti : la classe politica.
L’ idea sarebbe quella di pagare, una parte degli stipendi, dei Manager Statali e dei Politici, con i famigerati “Titoli di Stato”: si tratterebbe, quindi, di legare all’ andamento dell’ economia nazionale una parte dello stipendio: in questo modo si riuscirebbe a diminuire l’ esposizione dell’ Italia verso investitori mal intenzionati: di fatto si tratterebbe di applicare una percentuale inversa al rendimento dei titoli di stato ( organizzati in un paniere), in maniera inversa. Per quanto riguarda la parte fissa, invece, lo stipendio non dovrebbe superare i 2500 Euro mensili ( netti), e con una ulteriore restante parte variabile dello stipendio legato ai risultati conseguiti dal governo, in termine di povertà nella nazione, disoccupazione, efficienza dei servizi, secondo quanto indicato nel programma elettorale, che dovrà avere, pertanto, una validità legale: è di fatto un contratto che la politica sottoscrive con l’ Italia, e a cui viene legato anche lo stipendio dei parlamentari: se non dovessero essere raggiunti i risultati, o ancora peggio ci si troverebbe di fronte a misure recessive, la parte variabile dello stipendio diventerebbe negativa, erodendo lo stipendio dei parlamentari.
Spesso anche gli Enti locali sono incapaci di razionalizzare le spese. Il problema principale, ad oggi, è rappresentato dalla cattiva comunicazione tra le periferie e il centro, soprattutto in termini di controllo. Una delle soluzioni per tenere sotto controllo determinate spese potrebbe essere rappresentata dall’ informatizzazione di determinate procedure. In sostanza si tratterebbe di far transitare tutte le operazioni contabili dell' ente locale, comprese le gare di appalto, verso il centro, ossia verso il ministero preposto,o verso un’ Autorità indipendente dalla politica, che avrà l' obbligo di controllare se una determinata spesa ( ad esempio cancelleria) è al di sotto del minor prezzo garantito allo Stato, da aziende territorialmente vicine all' ente in questione: sarebbe, cioè, una gara di appalto con un certo numero di concorrenti che giocano a carte scoperte. Se la gara non dovesse dare i risultati sperati, verrà aggiudicata per una certa percentuale di maggioranza alle aziende che giocano a carte scoperte, e parte, invece all' azienda “vincitrice” a carte coperte: in questo modo si garantirebbe una tracciabilità delle spese , senza intaccare lo sviluppo sul territorio.
Ed è proprio il territorio l' entità su cui bisognerebbe puntare, identificando macro-aree , e laddove possibile incentivare una cooperazione tra macro-aree di alcuni prodotti, che vedranno, così, ridotto il costo del trasporto, rendendoli fruibili ad un costo minore, avendo,di conseguenza, circolazione della moneta: questo consentirebbe da una parte garantire un mercato minimo alle aziende, dall' altra parte di fruire di prodotti ad un costo più basso. In questo contesto entrerebbe la riforma del lavoro: essendo il territorio il centro di gravità,sarebbe opportuno inserire il concetto di compartecipazione agli utili: il surplus derivante da questi accordi, verrebbe diviso,secondo criteri identificati dai contratti di II Livello, tra i soci, dove per soci s' intende anche chi lavora presso quella determinata azienda. Questo, chiaramente, significherebbe includere nei consigli di amministrazione una rappresentanza dei lavoratori. In questo modo si creerà maggiore disponibilità di liquidità sul territorio, e quindi una maggiore fruibilità di denaro circolante. Parlando di territorio non si può eludere il ruolo delle banche: andrebbero ,prima di tutto ,divise tra banche finanziarie e le banche di raccolta, andrebbe poi incentivata la trasparenza degl' investimenti: all’ atto dell’ apertura di un CC, o dell’ investimento di una quota di denaro, da parte di un cittadino presso una qualsiasi banca, andrebbero dichiarate e condivise ( nel senso di decisione) tutte le attività nelle quali verranno investite i soldi, e una parte di essi deve risiedere nel territorio ( ad esempio costruzioni di scuole, finanziamento agli ospedali, investimenti in infrastrutture), e un' altra parte dedicate all’ incentivazione della cooperazione con gli atri macro-territori. In sostanza il modello proposto sarebbe quello di tante entità che collaborano tra loro, a seconda dei piani d' investimento proposti dalle entità stesse: stiamo cioè parlando di una granularità delle Istituzioni, che diventerebbero di fatto “frattali”. Tutto questo riporta ad un problema centrale della rappresentatività: Le Istituzioni rappresentative, dovranno esprimere una determinata quota di persone appartenenti a determinate categorie: perché un Operaio, o uno studente non deve avere la possibilità di poter fare Politica? Andrebbe di fatto dedicata una quota denominata” Quota delle Arti e dei Mestieri”.
Il problema di tutto questo è sicuramente da riportare nel controllo: le attuali istituzioni preposte al controllo sono sufficienti, e l' informatizzazione del processo dovrebbe permettere una maggiore velocità nell' individuare determinati illeciti.
Tutto questo non significa non tagliare gli stipendi dei parlamentari, dirigenti statali, e chi più ne ha più ne metta.

mercoledì 4 luglio 2012

La Turchia dell’AKP ed i suoi difficili rapporti con Grecia ed Armenia; quali prospettive? ( Parte II)


Antonio d'Addio






Atene divenne sponsor dell’ingresso di Ankara nella UE al fine di ancorare definitivamente il suo vicino all’Europa e giungere ad una soluzione della questione cipriota e della delimitazione delle acque del Mar Egeo. Dal 2002 il governo Erdoğan cominciò a coltivare intensi rapporti con tutti i governi succedutesi in Grecia (Kostas Simitis, Kostas Karamanlis e George Papandreou).
Le relazioni con Grecia ed Armena ricevettero un ulteriore salto di qualità con l’implementazione della politica di ”zero problemi con i vicini” teorizzata e promossa da Ahmet Davutoğlu ministro degli esteri dal maggio 2009. Già consigliere per la politica estera del premier Erdoğan, questo professore universitario è autore di un libro “La Profondità Strategica” nel quale teorizza quello che dovrà essere il ruolo internazionale del paese nel XXI secolo: una potenza regionale che guarda sia ad Oriente che ad Occidente e con interessi globali. Davutoğlu recupera, adattandola in chiave moderna, la tradizione imperiale dei basileus bizantini e dei padiscià osmanidi.
In questa visione strategica la normalizzazione dei rapporti con la Grecia e l’Armenia viene considerata fondamentale al fine di stabilizzare i confini e proiettare con maggiore efficacia l’influenza turca verso la aree vicine e prossime. La Grecia è vista come porta d’accesso verso i Balcani e l’Unione Europea mentre la normalizzazione delle relazioni con l’Armenia mira a stabilizzare la Transcaucasia facilitando la penetrazione economica turca in questa regione e verso i giacimenti di petrolio e di GN del bacino del Mar Caspio e dell’Asia Centrale. Normalizzare le relazioni con l’Armenia e giungere ad una soluzione della questione del Nagorno-Karabakh/Artsakh potrebbe facilitare anche la realizzazione di quei gasdotti ed oleodotti che trasformerebbero l’Anatolia in un grande hub energetico aumentando di conseguenza il suo peso geopolitico.
Nell’autunno 2008 venne lanciata la cosiddetta “diplomazia del pallone.” Approfittando di un incontro di calcio valido per la qualificazione ai mondiali del 2010 il presidente Abdullah Gül si recò in visita a Yerevan per assistere all’incontro insieme al suo omologo armeno Serzh Sargsyan. Fu l’inizio di un di un’intensa attività diplomatica che in un poco più di un anno portò i due paesi alla firma dei Protocolli di Zurigo (10 ottobre 2009), che prevedevano la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e la riapertura dei confini fra Turchia ed Armenia.
Contemporaneamente il governo Erdoğan andava intensificando i contatti con Atene attraverso visite di ministri ed incontri fra delegazioni ministeriali per discutere temi di interesse comune: commercio, scambi culturali, turismo, contrasto all’immigrazione clandestina, lotta alla criminalità organizzata, energia. I due paesi si impegnavano a trovare una soluzione alla questione cipriota che dopo il fallimento del referendum sul piano di pace di Kofi Annan (aprile 2004) e l’entrata della Repubblica di Cipro nella UE (maggio 2004) aveva subito una battuta d’arresto. Questo clima positivo favorì nella primavera 2008 la ripresa del dialogo tra Cipro e la Repubblica Turca di Cipro Nord sotto la supervisione del rappresentante speciale delle Nazioni Unite. I sempre più stretti rapporti con Atene, la ripresa del dialogo a Cipro, la firma dei Protocolli, sembravano annunciare un clima più disteso nelle acque dell’Egeo, del Mar di Levante e lungo il corso della “madre Arasse.” Ma poiché per le relazioni internazionali sovente vale il principio enunciato dalla Terza Legge della Dinamica, Ankara ha finito per raccogliere frutti contrari alle attese. La crisi economica internazionale e le tensioni con Israele, hanno avuto ricadute negative anche nei rapporti con i suoi due vicini ed in particolare con la Grecia.
Nell’autunno 2009 il nuovo premier socialista George Papandreou annunciò al paese ed alla UE di aver trovato un buco di bilancio di diversi miliardi di euro, La Grecia stremata da cinque anni di recessione ha cominciato a guardare con timore e sospetto le straordinarie performance economiche del suo vicino: dal 2003 (primo anno di governo sotto guida AKP) il pil del paese anatolico è cresciuto in media del 6,5%.
Il timore di Atene è che Ankara possa approfittare della sua debolezza per affermare la propria leadership nell’Egeo e risolvere la questione cipriota a proprio vantaggio.  Di conseguenza negli ultimi due anni ha progressivamente rafforzato i legami con Israele. Le storiche relazioni fra Turchia ed Israele sono andate progressivamente deteriorandosi in seguito all’ascesa degli islamici moderati dell’AKP ed al rafforzamento del loro potere ai danni delle elite laiche tradizionalmente filo israeliane.  Le critiche sempre più aspre espresse da Erdoğan alle azioni, il più delle volte sconsiderate, della leadership israeliana hanno provocato una crisi diplomatica fra i due paesi senza precedenti che molto probabilmente potrà avere termine solo con la fine degli attuali governi in carica. L’evento che ha portato alla rottura definitiva fu l’assalto, alla “Freedom Flotilla,” che trasportava aiuti umanitari alla Striscia di Gaza, avvenuto la sera del 31 maggio 2010. L’assalto dei commandos israeliani nelle acque internazionali provocò la morte di nove persone di cui otto cittadini turchi. La reazione del premier Erdoğan e dell’opinione pubblica turca fu durissima.
La rottura delle relazioni con la Turchia ha finito per aggravare  l’isolamento regionale d’Israele; di conseguenza Tel Aviv ha rafforzato le relazioni con Atene. S’è così venuta a creare un’inedita alleanza che trova la sua ragion d’essere nella volontà di arginare la crescente influenza regionale turca. (va ricordato che i rapporti fra i due paesi sono sempre stati caratterizzati da una certa freddezza e diffidenza reciproca causata delle simpatie filo arabe e filo palestinesi di Atene). Inoltre alle motivazioni politiche si sono sommate anche motivazioni economiche che hanno il loro fulcro a Cipro e nelle acque del Mediterraneo Orientale. La scoperta di importanti giacimenti di petrolio e GN nelle acque fra l’isola, il Libano ed Israele, ha spinto Nicosia e Tel Aviv ad accordarsi per la spartizione di queste importanti risorse off shore. Questi accordi sono stati aspramente contestati da Ankara timorosa di essere estromessa dai profitti generati dallo sfruttamento di queste risorse. Ankara sostiene che qualsiasi accordo in materia di sfruttamento di risorse energetiche deve riguardare tutta l’isola (compresa la Repubblica Turca di Cipro Nord) e non solo la sua parte meridionale, la Repubblica di Cipro. Secondo alcune indiscrezioni il primo ministro Netanyahu avrebbe offerto al presidente cipriota Christofias di costruire sull’isola a proprie spese un impianto per la liquefazione del GN estratto dai giacimenti sottomarini. In cambio il premier avrebbe chiesto che i lavoratori dell’impianto siano in maggioranza israeliani. Poiché la sicurezza dell’impianto e dei lavoratori dovrebbe essere garantita da Tsahal, Israele sfrutterebbe l’occasione per poter impiantare una propria base militare a poche centinaia di chilometri dalle coste turche lanciando in questo modo un chiaro avvertimento ad Ankara. Quello che va profilandosi all’orizzonte è quindi un asse fra Grecia, Cipro, Israele, alimentato da interessi energetici e destinato a contenere l’influenza turca nelle acque del Mediterraneo Orientale.
Anche con l’Armenia dopo la firma dei Protocolli i rapporti non hanno fatto registrare concreti passi in avanti. Ciò deve essere addebitato alle indecisioni e titubanze mostrate da entrambe le parti. Se a Yerevan il presidente Serzh Sargsyan doveva fare i conti con l’ostilità dei nazionalisti e soprattutto con l’intransigenza della potente diaspora armena, che antepone il riconoscimento del genocidio da parte turca alla normalizzazione delle relazioni fra i due paesi (il grosso della diaspora discende dai sopravvissuti al genocidio), ad Ankara il governo Erdoğan doveva affrontare le critiche dell’opposizione parlamentare, di una larga fetta dell’opinione pubblica e soprattutto l’ostilità e le minacce dell’Azerbaijan. Baku, timorosa che il riavvicinamento turco-armeno potesse andare a vantaggio di Yerevan anche per quanto riguardava la questione del Nagorno-Karabakh/Artsakh, minacciò di sospendere gli accordi energetici e di estromettere la Turchia dai progetti per la costruzione di gasdotti ed oleodotti nella Transcaucasia. Questa minaccia, era particolarmente temuta ad Ankara poichè se attuata avrebbe messo in soffitta l’obiettivo di trasformare l’Anatolia nel grande corridoio energetico tra il Mar Caspio ed il Mediterraneo. In Turchia gli oppositori dei Protocolli sostenevano inoltre che essi presto avrebbero spianato la strada ad un riconoscimento turco del genocidio armeno e di conseguenza a pretese di risarcimento da parte armena che si sarebbero anche potute concretizzare nella richiesta di compensazioni territoriali. Sta di fatto che il governo Erdoğan (come quello armeno) non ha avuto la forza ed il coraggio di resistere alle pressioni di chi si opponeva ai Protocolli.
Se con la Grecia i rapporti rimangono buoni nonostante le nubi che si profilano all’orizzonte dovute alla situazione politica ed economica che va sempre più degenerando, è probabile che con l’Armenia i rapporti non registreranno passi in avanti almeno nel medio termine. L’ostacolo rappresentato dal nodo del Nagorno-Karabakh/Artsakh e gli interessi energetici che legano Ankara a Baku impediranno qualsiasi iniziativa tesa a riavvicinare i due paesi. Ma il pericolo maggiore per Ankara viene dalla creazione di un asse tra Atene, Nicosia, Tel Aviv, finalizzato a contenere l’influenza turca nel Mar di Levante ed a precludere ad Ankara qualsiasi accesso alle risorse energetiche presenti in questa parte del Mediterraneo. Più questi tre paesi andranno cementando i loro rapporti politici e militari grazie a interessi energetici convergenti più sarà difficile per la Turchia scardinare questo blocco.


sabato 30 giugno 2012

La Turchia dell’AKP ed i suoi difficili rapporti con Grecia ed Armenia; quali prospettive?

Antonio d'Addio:

Per millenni greci, armeni e turchi, hanno convissuto nell’Anatolia. I greci giunsero sulle coste dell’Asia Minore e del Ponto a partire dal VIII secolo a.C. Gli armeni, invece, sono un popolo originariamente stanziato sui territori che comprendono l’attuale Repubblica di Armenia, la Georgia meridionale (provincia dello Samtskhe-Javakheti), il Nagorno-Karabakh/Artsakh, la Repubblica Autonoma di Nakhchivan, l’Iran nord occidentale e l’Anatolia Orientale fino al corso dei fiumi Kara (Eufrate occidentale) e Murat (Eufrate orientale). Il forte legame che unisce questi due popoli è confermato dal fatto che la lingua armena ha nel greco la lingua più prossima. La conversione di entrambi i popoli al Cristianesimo (sebbene gli armeni appartengano alla Chiesa Apostolica Armena di rito pre-calcedoniano mentre i greci sono Ortodossi) ha ulteriormente cementato il loro legame. Dinastie imperiali greche ed armene si alternarono alla guida dell’Impero Bizantino.
Il rapporto dei greci e degli armeni con i turchi è più recente ma non per questo meno forte. Esso risale agli inizi del secondo millennio d.C. per l’esattezza al 1071, anno in cui i Turchi Selgiuchidi di Arp Arslan in seguito alla vittoriosa battaglia di Manzicerta sull’esercito bizantino guidato da Romano IV Diogene, dilagarono nell’Anatolia centrale. Con il progressivo consolidarsi del loro dominio moltissimi greci ed armeni si convertirono all’Islam assimilandosi ai nuovi dominatori originari dell’Asia Centrale. Sotto l’Impero Ottomano si attuò una sorta di ripartizione di ruoli e funzioni fra le diverse etnie: i turchi erano detentori del potere politico e militare, greci ed armeni detenevano, invece, quello economico. Questa convivenza, entrata in crisi con la Guerra d’Indipendenza Greca (1821-1832), terminerà bruscamente negli anni compresi tra il Genocidio Armeno del 1915-16, il quale provocherà all’incirca un milione e mezzo di vittime e la scomparsa degli armeni in Anatolia, e la Guerra Greco-Turca del 1919-1922. Con il Trattato di Losanna del 1923 si decise uno scambio di popolazione che portò oltre trecentomila islamici a lasciare la Grecia per stabilirsi in Turchia e un milione e mezzo di persone in maggioranza greco-ortodossi ad abbandonare l’Anatolia. Venivano esclusi dall’accordo solo i greci di Istanbul e delle isole di Imbro e Tenedo. Ma in seguito al Pogrom di Istanbul del 1955 cessava di esistere la presenza ellenica anche nell’antica capitale bizantina ed ottomana.
Il problematico rapporto fra turchi ed armeni congelatosi durante l’epoca sovietica riesplose con l’indipendenza dell’Armenia e lo scoppio del conflitto del Nagorno- Karabakh/Artsakh (1988-1994) durante il quale i turchi si schierarono a fianco degli azeri (popolo di lingua turcofona) chiudendo i confini con l’Armenia. L’indipendenza del paese caucasico riportò in primo piano anche la spinosa questione del Genocidio Armeno che Ankara si è sempre rifiutata di riconoscere.
I rapporti fra Grecia e Turchia sono sempre stati particolarmente complessi, segnati anche da momenti di acuta tensione come l’invasione turca di Cipro nel 1974; a ciò si deve aggiungere la questione della delimitazione della piattaforma sottomarina del Mar Egeo. L’Appartenenza di entrambi al blocco occidentale ed alla NATO ha solo mitigato queste tensioni impedendo che potessero degenerare in uno scontro militare.
È con l’ascesa del partito islamico moderato dell’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) guidato da Recep Tayyip Erdoğan che furono fatti importanti passi in avanti nel tentativo di normalizzare i rapporti con Grecia ed Armenia. In realtà una nuova fase nelle relazioni turco-greche era iniziata già nel 1999 con la cosi detta “diplomazia dei terremoti” allorchè nel giro di poche settimane, Grecia e Turchia furono colpite da violenti sismi a seguito dei quali i governi decisero di collaborare e inviarsi aiuti. Da quel momento sia Ankara (con i governi laici e filo islamici) sia Atene (con i governi di centro destra e di centro sinistra) intrapresero la strada della normalizzazione delle relazioni.

Fine prima parte

sabato 23 giugno 2012

Considerazioni sulla Legge Elettorale


Sulla nuova legge elettorale circolano diverse ipotesi, dove gli stessi attori della Bicamerale, hanno cambiato idea su quello che proponevano anni fa.
L' Idea più accreditata è quella del ritorno ad un sistema dove la relazione tra il candidato e il suo territorio torna centrale: in sostanza dovrebbe sparire quella parte della legge che permette ai partiti di nominare dei "servi", che ricordiamo, al tempo fu introdotto in quanto garanzia di "governabilità" : ma come c' insegna la Storia e la Letteratura, spesso sono proprio i "fidati" a tradire ( es. Bruto che ammazza Giulio Cesare, o il Griso che tradisce Don Rodrigo), svuotando, in tal modo, la validità della legge. L' aspetto odioso sta principalmente nel fatto che sono i Partiti a nominare le persone, e a decidere l' ordine con il quale si presententeranno: è, in pratica, un altro aspetto della Partitocrazia, di cui l' MSI, ad esempio, era un acerrimo oppositore ( al tempo).
Come si può notare, sia dalla Bicamerale, sia dalla posizione di alcuni esponenti dell' allora MSI, spesso le idee cambiano in base all' esigenza.
Premesso che non è solo la legge elettorale a risolvere il problema, perché si sa, fatta la legge trovato l' inganno: una legge per funzionare bene, presuppone la buona fede di chi l' osserva, e su questo credo che noi tutti abbiamo qualcosa in più di un dubbio.
La prossima legge elettorale, però, cancellerebbe di fatto la decisione da parte del popolo di scegliere la compagine di governo: in sostanza se nessun partito raggiungesse la maggioranza, i partiti stessi saranno ad accordarsi per individuare la compagine che governerà: siamo di nuovo al punto iniziale, ossia alla Partitocrazia! . Su quest' aspetto in molti si sono detti scettici, e tra questi anche molti politici dichiarando che in questo caso, si perderebbe la centralità del programma: l' osservazione è senz' altro giusta, il problema, però, sta nel fatto che i programmi sono carta straccia, e non hanno validità legale. Qualcuno potrebbe dire, che in verità le elezioni successive punirebbero questa compagine... Ma questa è solo una favoletta, visto che in 20 anni abbiamo notato sempre le stesse facce! Per cui se si vuol tenere un sistema bipolare, o più semplicemente un sistema nel quale già da prima si decide chi sarà il primo ministro, si dovrebbe introdurre la validità del programma: la responsabilità dei politici, quindi, deve diventare perseguibile civilmente, nel caso di mancata applicazione del programma, e non solo, se gli obiettivi individuati nel programma non saranno raggiunti dovrà essere introdotta la responsabilità economica della classe politica ( Premio di risultato), ma su questo stiamo preparando un altro articolo. Un altro modo per ridurre il potere dei partiti, e delle fondazioni legate ai partiti,è quello di considerare i partiti alla stregua di una società quotata in borsa, pertanto, i bilanci dovranno essere pubblici!