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mercoledì 4 luglio 2012

La Turchia dell’AKP ed i suoi difficili rapporti con Grecia ed Armenia; quali prospettive? ( Parte II)


Antonio d'Addio






Atene divenne sponsor dell’ingresso di Ankara nella UE al fine di ancorare definitivamente il suo vicino all’Europa e giungere ad una soluzione della questione cipriota e della delimitazione delle acque del Mar Egeo. Dal 2002 il governo Erdoğan cominciò a coltivare intensi rapporti con tutti i governi succedutesi in Grecia (Kostas Simitis, Kostas Karamanlis e George Papandreou).
Le relazioni con Grecia ed Armena ricevettero un ulteriore salto di qualità con l’implementazione della politica di ”zero problemi con i vicini” teorizzata e promossa da Ahmet Davutoğlu ministro degli esteri dal maggio 2009. Già consigliere per la politica estera del premier Erdoğan, questo professore universitario è autore di un libro “La Profondità Strategica” nel quale teorizza quello che dovrà essere il ruolo internazionale del paese nel XXI secolo: una potenza regionale che guarda sia ad Oriente che ad Occidente e con interessi globali. Davutoğlu recupera, adattandola in chiave moderna, la tradizione imperiale dei basileus bizantini e dei padiscià osmanidi.
In questa visione strategica la normalizzazione dei rapporti con la Grecia e l’Armenia viene considerata fondamentale al fine di stabilizzare i confini e proiettare con maggiore efficacia l’influenza turca verso la aree vicine e prossime. La Grecia è vista come porta d’accesso verso i Balcani e l’Unione Europea mentre la normalizzazione delle relazioni con l’Armenia mira a stabilizzare la Transcaucasia facilitando la penetrazione economica turca in questa regione e verso i giacimenti di petrolio e di GN del bacino del Mar Caspio e dell’Asia Centrale. Normalizzare le relazioni con l’Armenia e giungere ad una soluzione della questione del Nagorno-Karabakh/Artsakh potrebbe facilitare anche la realizzazione di quei gasdotti ed oleodotti che trasformerebbero l’Anatolia in un grande hub energetico aumentando di conseguenza il suo peso geopolitico.
Nell’autunno 2008 venne lanciata la cosiddetta “diplomazia del pallone.” Approfittando di un incontro di calcio valido per la qualificazione ai mondiali del 2010 il presidente Abdullah Gül si recò in visita a Yerevan per assistere all’incontro insieme al suo omologo armeno Serzh Sargsyan. Fu l’inizio di un di un’intensa attività diplomatica che in un poco più di un anno portò i due paesi alla firma dei Protocolli di Zurigo (10 ottobre 2009), che prevedevano la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e la riapertura dei confini fra Turchia ed Armenia.
Contemporaneamente il governo Erdoğan andava intensificando i contatti con Atene attraverso visite di ministri ed incontri fra delegazioni ministeriali per discutere temi di interesse comune: commercio, scambi culturali, turismo, contrasto all’immigrazione clandestina, lotta alla criminalità organizzata, energia. I due paesi si impegnavano a trovare una soluzione alla questione cipriota che dopo il fallimento del referendum sul piano di pace di Kofi Annan (aprile 2004) e l’entrata della Repubblica di Cipro nella UE (maggio 2004) aveva subito una battuta d’arresto. Questo clima positivo favorì nella primavera 2008 la ripresa del dialogo tra Cipro e la Repubblica Turca di Cipro Nord sotto la supervisione del rappresentante speciale delle Nazioni Unite. I sempre più stretti rapporti con Atene, la ripresa del dialogo a Cipro, la firma dei Protocolli, sembravano annunciare un clima più disteso nelle acque dell’Egeo, del Mar di Levante e lungo il corso della “madre Arasse.” Ma poiché per le relazioni internazionali sovente vale il principio enunciato dalla Terza Legge della Dinamica, Ankara ha finito per raccogliere frutti contrari alle attese. La crisi economica internazionale e le tensioni con Israele, hanno avuto ricadute negative anche nei rapporti con i suoi due vicini ed in particolare con la Grecia.
Nell’autunno 2009 il nuovo premier socialista George Papandreou annunciò al paese ed alla UE di aver trovato un buco di bilancio di diversi miliardi di euro, La Grecia stremata da cinque anni di recessione ha cominciato a guardare con timore e sospetto le straordinarie performance economiche del suo vicino: dal 2003 (primo anno di governo sotto guida AKP) il pil del paese anatolico è cresciuto in media del 6,5%.
Il timore di Atene è che Ankara possa approfittare della sua debolezza per affermare la propria leadership nell’Egeo e risolvere la questione cipriota a proprio vantaggio.  Di conseguenza negli ultimi due anni ha progressivamente rafforzato i legami con Israele. Le storiche relazioni fra Turchia ed Israele sono andate progressivamente deteriorandosi in seguito all’ascesa degli islamici moderati dell’AKP ed al rafforzamento del loro potere ai danni delle elite laiche tradizionalmente filo israeliane.  Le critiche sempre più aspre espresse da Erdoğan alle azioni, il più delle volte sconsiderate, della leadership israeliana hanno provocato una crisi diplomatica fra i due paesi senza precedenti che molto probabilmente potrà avere termine solo con la fine degli attuali governi in carica. L’evento che ha portato alla rottura definitiva fu l’assalto, alla “Freedom Flotilla,” che trasportava aiuti umanitari alla Striscia di Gaza, avvenuto la sera del 31 maggio 2010. L’assalto dei commandos israeliani nelle acque internazionali provocò la morte di nove persone di cui otto cittadini turchi. La reazione del premier Erdoğan e dell’opinione pubblica turca fu durissima.
La rottura delle relazioni con la Turchia ha finito per aggravare  l’isolamento regionale d’Israele; di conseguenza Tel Aviv ha rafforzato le relazioni con Atene. S’è così venuta a creare un’inedita alleanza che trova la sua ragion d’essere nella volontà di arginare la crescente influenza regionale turca. (va ricordato che i rapporti fra i due paesi sono sempre stati caratterizzati da una certa freddezza e diffidenza reciproca causata delle simpatie filo arabe e filo palestinesi di Atene). Inoltre alle motivazioni politiche si sono sommate anche motivazioni economiche che hanno il loro fulcro a Cipro e nelle acque del Mediterraneo Orientale. La scoperta di importanti giacimenti di petrolio e GN nelle acque fra l’isola, il Libano ed Israele, ha spinto Nicosia e Tel Aviv ad accordarsi per la spartizione di queste importanti risorse off shore. Questi accordi sono stati aspramente contestati da Ankara timorosa di essere estromessa dai profitti generati dallo sfruttamento di queste risorse. Ankara sostiene che qualsiasi accordo in materia di sfruttamento di risorse energetiche deve riguardare tutta l’isola (compresa la Repubblica Turca di Cipro Nord) e non solo la sua parte meridionale, la Repubblica di Cipro. Secondo alcune indiscrezioni il primo ministro Netanyahu avrebbe offerto al presidente cipriota Christofias di costruire sull’isola a proprie spese un impianto per la liquefazione del GN estratto dai giacimenti sottomarini. In cambio il premier avrebbe chiesto che i lavoratori dell’impianto siano in maggioranza israeliani. Poiché la sicurezza dell’impianto e dei lavoratori dovrebbe essere garantita da Tsahal, Israele sfrutterebbe l’occasione per poter impiantare una propria base militare a poche centinaia di chilometri dalle coste turche lanciando in questo modo un chiaro avvertimento ad Ankara. Quello che va profilandosi all’orizzonte è quindi un asse fra Grecia, Cipro, Israele, alimentato da interessi energetici e destinato a contenere l’influenza turca nelle acque del Mediterraneo Orientale.
Anche con l’Armenia dopo la firma dei Protocolli i rapporti non hanno fatto registrare concreti passi in avanti. Ciò deve essere addebitato alle indecisioni e titubanze mostrate da entrambe le parti. Se a Yerevan il presidente Serzh Sargsyan doveva fare i conti con l’ostilità dei nazionalisti e soprattutto con l’intransigenza della potente diaspora armena, che antepone il riconoscimento del genocidio da parte turca alla normalizzazione delle relazioni fra i due paesi (il grosso della diaspora discende dai sopravvissuti al genocidio), ad Ankara il governo Erdoğan doveva affrontare le critiche dell’opposizione parlamentare, di una larga fetta dell’opinione pubblica e soprattutto l’ostilità e le minacce dell’Azerbaijan. Baku, timorosa che il riavvicinamento turco-armeno potesse andare a vantaggio di Yerevan anche per quanto riguardava la questione del Nagorno-Karabakh/Artsakh, minacciò di sospendere gli accordi energetici e di estromettere la Turchia dai progetti per la costruzione di gasdotti ed oleodotti nella Transcaucasia. Questa minaccia, era particolarmente temuta ad Ankara poichè se attuata avrebbe messo in soffitta l’obiettivo di trasformare l’Anatolia nel grande corridoio energetico tra il Mar Caspio ed il Mediterraneo. In Turchia gli oppositori dei Protocolli sostenevano inoltre che essi presto avrebbero spianato la strada ad un riconoscimento turco del genocidio armeno e di conseguenza a pretese di risarcimento da parte armena che si sarebbero anche potute concretizzare nella richiesta di compensazioni territoriali. Sta di fatto che il governo Erdoğan (come quello armeno) non ha avuto la forza ed il coraggio di resistere alle pressioni di chi si opponeva ai Protocolli.
Se con la Grecia i rapporti rimangono buoni nonostante le nubi che si profilano all’orizzonte dovute alla situazione politica ed economica che va sempre più degenerando, è probabile che con l’Armenia i rapporti non registreranno passi in avanti almeno nel medio termine. L’ostacolo rappresentato dal nodo del Nagorno-Karabakh/Artsakh e gli interessi energetici che legano Ankara a Baku impediranno qualsiasi iniziativa tesa a riavvicinare i due paesi. Ma il pericolo maggiore per Ankara viene dalla creazione di un asse tra Atene, Nicosia, Tel Aviv, finalizzato a contenere l’influenza turca nel Mar di Levante ed a precludere ad Ankara qualsiasi accesso alle risorse energetiche presenti in questa parte del Mediterraneo. Più questi tre paesi andranno cementando i loro rapporti politici e militari grazie a interessi energetici convergenti più sarà difficile per la Turchia scardinare questo blocco.


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