Atene divenne sponsor dell’ingresso di Ankara
nella UE al fine di ancorare definitivamente il suo vicino all’Europa e giungere
ad una soluzione della questione cipriota e della delimitazione delle acque del
Mar Egeo. Dal 2002 il governo Erdoğan cominciò a coltivare intensi rapporti con
tutti i governi succedutesi in Grecia (Kostas Simitis, Kostas Karamanlis e
George Papandreou).
Le relazioni con Grecia ed Armena ricevettero
un ulteriore salto di qualità con l’implementazione della politica di ”zero
problemi con i vicini” teorizzata e promossa da Ahmet Davutoğlu ministro degli
esteri dal maggio 2009. Già consigliere per la politica estera del premier Erdoğan,
questo professore universitario è autore di un libro “La Profondità Strategica ”
nel quale teorizza quello che dovrà essere il ruolo internazionale del paese
nel XXI secolo: una potenza regionale che guarda sia ad Oriente che ad
Occidente e con interessi globali. Davutoğlu recupera, adattandola in chiave
moderna, la tradizione imperiale dei basileus bizantini e dei padiscià
osmanidi.
In questa visione strategica la
normalizzazione dei rapporti con la
Grecia e l’Armenia viene considerata fondamentale al fine di
stabilizzare i confini e proiettare con maggiore efficacia l’influenza turca
verso la aree vicine e prossime. La
Grecia è vista come porta d’accesso verso i Balcani e
l’Unione Europea mentre la normalizzazione delle relazioni con l’Armenia mira a
stabilizzare la
Transcaucasia facilitando la penetrazione economica turca in
questa regione e verso i giacimenti di petrolio e di GN del bacino del Mar
Caspio e dell’Asia Centrale. Normalizzare le relazioni con l’Armenia e giungere
ad una soluzione della questione del Nagorno-Karabakh/Artsakh potrebbe
facilitare anche la realizzazione di quei gasdotti ed oleodotti che
trasformerebbero l’Anatolia in un grande hub energetico aumentando di
conseguenza il suo peso geopolitico.
Nell’autunno 2008 venne lanciata la cosiddetta
“diplomazia del pallone.” Approfittando di un incontro di calcio valido per la
qualificazione ai mondiali del 2010 il presidente Abdullah Gül si recò in
visita a Yerevan per assistere all’incontro insieme al suo omologo armeno Serzh
Sargsyan. Fu l’inizio di un di un’intensa attività diplomatica che in un poco
più di un anno portò i due paesi alla firma dei Protocolli di Zurigo (10
ottobre 2009), che prevedevano la normalizzazione delle relazioni diplomatiche
e la riapertura dei confini fra Turchia ed Armenia.
Contemporaneamente il governo Erdoğan
andava intensificando i contatti con Atene attraverso visite di ministri ed
incontri fra delegazioni ministeriali per discutere temi di interesse comune:
commercio, scambi culturali, turismo, contrasto all’immigrazione clandestina,
lotta alla criminalità organizzata, energia. I due paesi si impegnavano a
trovare una soluzione alla questione cipriota che dopo il fallimento del
referendum sul piano di pace di Kofi Annan (aprile 2004) e l’entrata della
Repubblica di Cipro nella UE (maggio 2004) aveva subito una battuta d’arresto. Questo
clima positivo favorì nella primavera 2008 la ripresa del dialogo tra Cipro e la Repubblica Turca
di Cipro Nord sotto la supervisione del rappresentante speciale delle Nazioni
Unite. I sempre più stretti rapporti con Atene, la ripresa del dialogo a Cipro,
la firma dei Protocolli, sembravano annunciare un clima più disteso nelle acque
dell’Egeo, del Mar di Levante e lungo il corso della “madre Arasse.” Ma poiché
per le relazioni internazionali sovente vale il principio enunciato dalla Terza
Legge della Dinamica, Ankara ha finito per raccogliere frutti contrari alle
attese. La crisi economica internazionale e le tensioni con Israele, hanno
avuto ricadute negative anche nei rapporti con i suoi due vicini ed in
particolare con la Grecia.
Nell’autunno 2009 il nuovo premier
socialista George Papandreou annunciò al paese ed alla UE di aver trovato un
buco di bilancio di diversi miliardi di euro, La Grecia stremata da cinque
anni di recessione ha cominciato a guardare con timore e sospetto le
straordinarie performance economiche del suo vicino: dal 2003 (primo anno di
governo sotto guida AKP) il pil del paese anatolico è cresciuto in media del
6,5%.
Il timore di Atene è che Ankara possa
approfittare della sua debolezza per affermare la propria leadership nell’Egeo
e risolvere la questione cipriota a proprio vantaggio. Di conseguenza negli ultimi due anni ha
progressivamente rafforzato i legami con Israele. Le storiche relazioni fra
Turchia ed Israele sono andate progressivamente deteriorandosi in seguito all’ascesa
degli islamici moderati dell’AKP ed al rafforzamento del loro potere ai danni
delle elite laiche tradizionalmente filo israeliane. Le critiche sempre più aspre espresse da Erdoğan
alle azioni, il più delle volte sconsiderate, della leadership israeliana hanno
provocato una crisi diplomatica fra i due paesi senza precedenti che molto
probabilmente potrà avere termine solo con la fine degli attuali governi in
carica. L’evento che ha portato alla rottura definitiva fu l’assalto, alla “Freedom
Flotilla,” che trasportava aiuti umanitari alla Striscia di Gaza, avvenuto la
sera del 31 maggio 2010. L’assalto dei commandos israeliani nelle acque
internazionali provocò la morte di nove persone di cui otto cittadini turchi.
La reazione del premier Erdoğan e dell’opinione pubblica turca fu durissima.
La rottura delle relazioni con la Turchia
ha finito per aggravare l’isolamento
regionale d’Israele; di conseguenza Tel Aviv ha rafforzato le relazioni con
Atene. S’è così venuta a creare un’inedita alleanza che trova la sua ragion
d’essere nella volontà di arginare la crescente influenza regionale turca. (va
ricordato che i rapporti fra i due paesi sono sempre stati caratterizzati da
una certa freddezza e diffidenza reciproca causata delle simpatie filo arabe e
filo palestinesi di Atene). Inoltre alle motivazioni politiche si sono sommate
anche motivazioni economiche che hanno il loro fulcro a Cipro e nelle acque del
Mediterraneo Orientale. La scoperta di importanti giacimenti di petrolio e GN
nelle acque fra l’isola, il Libano ed Israele, ha spinto Nicosia e Tel Aviv ad
accordarsi per la spartizione di queste importanti risorse off shore. Questi
accordi sono stati aspramente contestati da Ankara timorosa di essere
estromessa dai profitti generati dallo sfruttamento di queste risorse. Ankara sostiene
che qualsiasi accordo in materia di sfruttamento di risorse energetiche deve
riguardare tutta l’isola (compresa la Repubblica Turca
di Cipro Nord) e non solo la sua parte meridionale, la Repubblica di Cipro. Secondo
alcune indiscrezioni il primo ministro Netanyahu avrebbe offerto al presidente
cipriota Christofias di costruire sull’isola a proprie spese un impianto per la
liquefazione del GN estratto dai giacimenti sottomarini. In cambio il premier
avrebbe chiesto che i lavoratori dell’impianto siano in maggioranza israeliani.
Poiché la sicurezza dell’impianto e dei lavoratori dovrebbe essere garantita da
Tsahal, Israele sfrutterebbe l’occasione per poter impiantare una propria base
militare a poche centinaia di chilometri dalle coste turche lanciando in questo
modo un chiaro avvertimento ad Ankara. Quello che va profilandosi all’orizzonte
è quindi un asse fra Grecia, Cipro, Israele, alimentato da interessi energetici
e destinato a contenere l’influenza turca nelle acque del Mediterraneo
Orientale.
Anche con l’Armenia dopo la firma dei
Protocolli i rapporti non hanno fatto registrare concreti passi in avanti. Ciò
deve essere addebitato alle indecisioni e titubanze mostrate da entrambe le
parti. Se a Yerevan il presidente Serzh Sargsyan doveva fare i conti con
l’ostilità dei nazionalisti e soprattutto con l’intransigenza della potente
diaspora armena, che antepone il riconoscimento del genocidio da parte turca
alla normalizzazione delle relazioni fra i due paesi (il grosso della diaspora
discende dai sopravvissuti al genocidio), ad Ankara il governo Erdoğan doveva
affrontare le critiche dell’opposizione parlamentare, di una larga fetta
dell’opinione pubblica e soprattutto l’ostilità e le minacce dell’Azerbaijan.
Baku, timorosa che il riavvicinamento turco-armeno potesse andare a vantaggio
di Yerevan anche per quanto riguardava la questione del Nagorno-Karabakh/Artsakh,
minacciò di sospendere gli accordi energetici e di estromettere la Turchia dai
progetti per la costruzione di gasdotti ed oleodotti nella Transcaucasia. Questa
minaccia, era particolarmente temuta ad Ankara poichè se attuata avrebbe messo
in soffitta l’obiettivo di trasformare l’Anatolia nel grande corridoio
energetico tra il Mar Caspio ed il Mediterraneo. In Turchia gli oppositori dei
Protocolli sostenevano inoltre che essi presto avrebbero spianato la strada ad
un riconoscimento turco del genocidio armeno e di conseguenza a pretese di
risarcimento da parte armena che si sarebbero anche potute concretizzare nella
richiesta di compensazioni territoriali. Sta di fatto che il governo Erdoğan
(come quello armeno) non ha avuto la forza ed il coraggio di resistere alle
pressioni di chi si opponeva ai Protocolli.
Se con la Grecia i rapporti rimangono buoni nonostante le
nubi che si profilano all’orizzonte dovute alla situazione politica ed economica
che va sempre più degenerando, è probabile che con l’Armenia i rapporti non
registreranno passi in avanti almeno nel medio termine. L’ostacolo
rappresentato dal nodo del Nagorno-Karabakh/Artsakh e gli interessi energetici
che legano Ankara a Baku impediranno qualsiasi iniziativa tesa a riavvicinare i
due paesi. Ma il pericolo maggiore per Ankara viene dalla creazione di un asse
tra Atene, Nicosia, Tel Aviv, finalizzato a contenere l’influenza turca nel Mar
di Levante ed a precludere ad Ankara qualsiasi accesso alle risorse energetiche
presenti in questa parte del Mediterraneo. Più questi tre paesi andranno
cementando i loro rapporti politici e militari grazie a interessi energetici
convergenti più sarà difficile per la Turchia scardinare questo blocco.

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